martedì 16 marzo 2010

Scegliere bene le parole: l'antilingua

Quanto una parola può riuscire meglio di un'altra, e quanto pericoloso può essere, a volte, accanirsi nella ricerca di un sinonimo o di una perifrasi elegante!
Sull'onda di queste considerazioni, ci è tornata fra le mani una riflessione di Calvino sull'italiano tecnico e burocratico, uscita sul Giorno del febbraio 1965. Al di là del contesto di discussione per il quale fu scritta, essa centra un bersaglio estremamente preciso, che riguarda in fondo chiunque voglia scrivere per comunicare ed esser compreso.

Ci fa piacere riportarne un brano qui di seguito, convinti che ogni scrittore, esordiente o affermato che sia, possa trarne vantaggio.

Ogni giorno, soprattutto da cent’anni a questa parte, per un processo ormai automatico, centinaia di migliaia di nostri concittadini traducono mentalmente con la velocità di macchine elettroniche la lingua italiana in un’antilingua inesistente. Avvocati e funzionari, gabinetti ministeriali e consigli d’amministrazione, redazioni di giornali e di telegiornali scrivono parlano pensano nell’antilingua.

Caratteristica principale dell’antilingua è quella che definirei il "terrore semantico", cioè la fuga di fronte a ogni vocabolo che abbia di per se stesso un significato, come se "fiasco" "stufa" "carbone" fossero parole oscene, come se "andare" "trovare" "sapere" indicassero azioni turpi. Nell’antilingua i significati sono costantemente allontanati, relegati in fondo a una prospettiva di vocaboli che di per se stessi non vogliono dire niente o vogliono dire qualcosa di vago e sfuggente.
[...]
Chi parla l’antilingua ha sempre paura di mostrare familiarità e interesse per le cose di cui parla, crede di dover sottintendere: «io parlo di queste cose per caso, ma la mia "funzione" è ben più in alto delle cose che dico e che faccio, la mia "funzione" è più in alto di tutto, anche di me stesso».

La motivazione psicologica dell’antilingua è la mancanza d’un vero rapporto con la vita, ossia in fondo l’odio per se stessi. La lingua invece vive solo d’un rapporto con la vita che diventa comunicazione, d’una pienezza esistenziale che diventa espressione. Perciò dove trionfa l’antilingua – l’italiano di chi non sa dire "ho fatto", ma deve dire "ho effettuato" – la lingua viene uccisa.


Il testo integrale può essere trovato in Italo Calvino, Saggi (1945-1985), Mondadori, 1995.

(Ringrazio vivamente Ildueblog per avermi risparmiato la trascrizione...)

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