mercoledì 27 ottobre 2010

Scrivere: parolacce sì o no?

Fra le tante scelte che uno scrittore deve compiere nel momento in cui lavora al proprio stile, o più semplicemente alla caratterizzazione di un personaggio, di una scena, di un'opera rispetto a un'altra, c'è l'accettare o meno di usare espressioni gergali, volgari, insomma le parolacce.


La scelta è più significativa di quanto possa sembrare, dal momento che le parole di un libro sono come le cellule di un corpo, e per di più sono tutte cellule... parlanti. Cosa vogliamo dire, ma anche come: che atmosfera, che sensazione vogliamo creare? Vogliamo disgustare il lettore, turbarlo, e allora ci serve una descrizione triviale e granguignolesca, oppure possiamo farne a meno e affidare lo stesso effetto ad altri elementi? Vogliamo che il lettore ridacchi del nostro vocabolario, che percepisca un'aria rilassata e colloquiale, oppure speriamo di fare colpo su di lui con una bestemmia? Ben vengano le parole grosse, se sono davvero funzionali al testo: devono avere un senso, un po' come il sangue e il sesso, dopotutto. Aiutano a farsi pubblicare un libro? Chi lo sa: dipende se è un buon libro...

A questo proposito abbiamo trovato interessante una riflessione di Gianni Turchetta che dedica all'argomento un breve saggio (Nei bassifondi della lingua, in Aa.Vv., Tirature '10. Autori editori pubblico, Il Saggiatore, 2010) e di cui condividiamo volentieri un estratto:

La legittimazione letteraria integrale, per non dire integralista, di tutte le peggio cose, cioè di tutte le peggio parole che la lingua italiana, i dialetti e persino le lingue straniere mettono a disposizione dei nostri scrittori non significa affatto che l'abbassamento stilistico e la stessa pratica sistematica del turpiloquio abbiano perso del tutto il loro mordente espressivo, né tanto meno che si siano ormai ridotti a una specie di marmellata linguistica, spalmata un po' dovunque. Ormai, è il caso di dirlo, un "cazzo" oppure un "vaffanculo" non li si nega più a nessuno, e sono rimasti in pochi a scandalizzarsene. [...] Eppure c'è modo e modo di fare uso dei registri bassi della lingua, e forse la letteratura riesce ancora a riservarsi il diritto e, quel che più conta, la possibilità di farci delle sorprese.

4 commenti:

AndreaFurlan ha detto...

Bè è una questione abbastanza soggettiva, ma si possono delineare delle regoline a tal proposito.

Ad esempio è ovvio che in un manuale di cucina o i una favola per under 14 le parolacce non hanno senso:

"Prendete quel cazzo di sale e buttatelo in quel cazzo di risotto..." non ha alcun senso

Viceversa, un imprecazione in un libro d'avventura o in un romanzo fantasy a mio avviso rende la cosa più realistica.
Ad esempio non riesco ad immaginarmi l'eroe di turno colpito da un fendente nel mezzo della battaglia che non dice neanche una piccolissima parolaccia.

Saluti,
andrea di ilgiovanescrittore.wordpress.com

Correzionebozze.it ha detto...

Caro Andrea, credo che quello del realismo sia il punto centrale, in effetti, ed è vero che a ogni contesto si adatta un linguaggio, ma è altrettanto vero che è possibile suscitare una medesima scena nella fantasia del lettore usando parole molto diverse fra loro: da Verne a Kerouac, in fondo, forse non corre poi così tanta strada... Ciò detto, confesso che l'idea di un libro di ricette al turpiloquio quasi m'intriga :-)

Anonimo ha detto...

Io penso che le parolacce siano ottime nel trasmettere al lettore che il lessico dello scrittore è incensurato e senza limiti: un bel porco d*o chiarisce tutto in un istante.

Corinna85 ha detto...

Mi sto cimentando nella stesura di un racconto fantasy, e sto trovando non poche difficoltà a rendere i dialoghi più intensi senza l'utilizzo di parole forti. Fino ad ora mi sono limitata ad "Accidenti" e "Dannazione", ma quanto realmente possono dare effetto suddetti termini in una scena, o in un dialogo, nella quale si vuole creare un certo grado di ostilità?
Grazie per l'articolo, l'ho trovato molto interessante!