lunedì 6 giugno 2011

Scrivere per il teatro

Non solo romanzi e poesie: c'è anche la scrittura teatrale, una dimensione quasi parallela a quella propriamente letteraria, per molti un territorio inesplorato dal quale, perché no, trarre spunti ispirativi. Abbiamo chiesto a Michele Giuriola, autore teatrale e direttore artistico della Compagnia Teatro Probabile, di regalarci la sua prospettiva in proposito.




Accingersi a scrivere per il teatro è un’operazione che mette subito in evidenza una cosa: la follia di chi sceglie questa strada. E per un fatto molto semplice. Per quanto ci raccontiamo che la scrittura è qualcosa di intimo, di catartico a livello individuale, che “lo facciamo per noi stessi”, abbiamo sempre il desiderio, se non l’esigenza, di avere dei nostri lettori; ecco, col teatro abbiamo l’esigenza di avere lettori e spettatori. I primi sono necessariamente gli attori (raramente lettori generici, abituati a forme narrative più tradizionali, come romanzi, racconti...), gli altri sono assolutamente imprescindibili, perché sono i destinatari di ciò che facciamo. Senza di loro perché scrivere drammi? Immaginare un’azione scenica (dramma appunto, nel suo senso etimologico) per poi lasciarla da parte senza vederla prendere vita è discretamente frustrante.
Detto ciò, e consci del fatto che la strada è difficilissima, credo che per scrivere drammi sia necessario avere una certa vocazione che poi si approfondisce con l’esperienza e con la pratica, che nel teatro è assolutamente necessaria. E per pratica s’intende non solo la collaborazione diretta con gli attori e con l’ambiente teatrale, ma anche la conoscenza dei testi, della storia del teatro, e soprattutto il fare esperienza di spettatore e di lettore. Tutto questo per dire che raramente chi s’improvvisa autore teatrale riesce a dare forza e valore alla sua opera; forza e valore che non sono affatto testimoniati dal livello di popolarità di un testo (Grotowski e Kantor rappresentavano davanti ad un pubblico limitato), quanto piuttosto dalla capacità che ha quel lavoro di entrare in contatto con chi ne fruisce, di essere espressione di un linguaggio, di un momento particolare e, su tutti, di un'idea. L’idea dell’autore deve diventare immagine concreta perché deve essere trasferita nello spazio scenico, e questo è il lavoro complesso del drammaturgo. Il teatro necessita di sintesi spaziale: il bravo drammaturgo è un bravo architetto.
Una volta stabilito lo spazio scenico è lì dentro che l’autore muove i suoi personaggi, i quali si muovono perché sono sempre espressione di un conflitto. Ovviamente il conflitto che anima i personaggi, e che anima il teatro, è il conflitto individuale, interiore, sociale, storico, culturale, filosofico... dell’autore. Il drammaturgo è quello scrittore che ha connaturata in sé l’idea del conflitto, e quando immagina una storia non può fare a meno di immaginarla dialettica. Un esempio semplice: immaginiamo un albero e dietro di esso un tramonto. Il poeta evoca sinteticamente la bellezza e l’emozione di questa immagine davanti a lui; il narratore la descrive in maniera più estesa, la “racconta” appunto e comunica emozione; il drammaturgo non può fare a meno di immaginare un personaggio che davanti a questo albero al tramonto si pone domande, si chiede un “perché?”. L’albero, che non è personaggio attivo, è comunque per chi scrive drammi uno spunto dialettico. E così è anche per il regista e, soprattutto, per l’attore. Ma questa è un’altra storia...

1 commento:

Janete ha detto...

Ciao,
vorrebbe essere un spettatori,
come facio per iscrivere?

Grazie e arrivederci.

Janete.