venerdì 22 luglio 2011

Far sognare con un libro



Dice Umberto Eco: «Un narratore non deve fornire interpretazioni della propria opera, altrimenti non avrebbe scritto un romanzo, che è una macchina per generare interpretazioni».

Lo scrittore si riferiva in particolare alla scelta del titolo, ma la prospettiva, ampliando il discorso, ci trova d'accordo: un libro deve riuscire a essere la chiave di tante serrature, non solo di quella che l'autore aveva previsto. Non dovrebbe aprire lo scrigno personale di chi scrive, illuminare ed esprimere la sua interiorità (non solo, almeno): dovrebbe invece schiudere verso l'esterno lo scrigno di ciascun lettore, permettergli di viaggiare con la mente in una storia, un'idea, un itinerario che lo farà tornare indietro più ricco.
Viene da pensare che la domanda fondamentale da porsi per riuscire a comporre un romanzo che davvero liberi il lettore verso mondi nuovi sia: scrivo perché la gente guardi dentro di me, o scrivo per far sognare gli altri prima ancora che me stesso?
Forse Borges aveva in mente questo quando diceva di sospettare di coloro che scrivono più libri di quanti ne abbiano letti!
Una funzione non soltanto ludica, ma quasi terapeutica quella del buon romanzo: «Quanti di noi sarebbero naufraghi senza speranza in una notte atlantica, senza le voci che ci salvano e ci chiamano dai libri» dice Ceronetti, benché altrove suggerisca di leggere non solo quelli, ma anche le mani, le rughe, le foglie: la vita, insomma. Che, secondo la cinica Agota Kristof, sarà comunque sempre più triste di un libro triste.
Aiutare contemporaneamente ad evadere e a capire, lasciare la libertà di interpretare, rinfoderare l'ego in favore della parola scritta: tutti spunti di riflessione su cui lavorare, nella strada tortuosa che può portare al romanzo perfetto!

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