venerdì 27 giugno 2014

Manoscritti rifiutati: chi c'è dietro?

Come si sente, dentro la casa editrice o nel proprio ufficio indipendente, il lettore, l'editor, l'agente che deve valutare un manoscritto di un aspirante scrittore e decidere se lo ritiene degno di pubblicazione? Non molto sereno, sembrerebbe, secondo le parole di Ernesto Ferrero, che una decina di anni fa ha raccolto nel suo I migliori anni della nostra vita suggestioni e ricordi del lavoro presso Einaudi negli anni di Calvino, Pavese e Natalia Ginzburg. Ai "rifiutati" vogliamo dedicare il senso di angosciosa responsabilità che traspare da queste righe, scritte dall'altra parte della barricata.



"Poi c'è la folla tormentosa di quelli che in casa editrice vengono chiamati i "manoscrittai", gli aspiranti autori che mandano i loro testi, a centinaia, a migliaia ogni anno, e anche quando non premono e sollecitano, i loro silenzi di dimenticati diventano un rimorso, un'ombra quotidiana.
Nei testi che aspettano un giudizio stanno rapprese intere vite: speranze, attese, spesso rivincite disperatamente sognate. Un sì o un no possono cambiare esistenze che dalle brevi lettere d'accompagnamento si indovinano difficili, perfino penose. Dire di no è come comminare pene detentive di dieci o vent'anni, o peggio, ergastoli, condanne a morte. Tocca anche a me contribuire a smaltire la pila dei manoscritti, e ogni volta motivare i rifiuti mi angoscia. Ho firmato anch'io uno dei tanti 'no' che Morselli ha ricevuto dagli editori. Il dattiloscritto che avevo rifiutato portava un falso nome, piccolo espediente per cercare di aggirare quella che a lui doveva sembrare un'opposizione pregiudiziale. Ma questo l'ho scoperto molti anni dopo."

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