martedì 16 gennaio 2018

Far tradurre il proprio romanzo: cosa succede?

Se si decide di (e si riesce a) far tradurre il proprio romanzo cosa succede al proprio stile? Cosa accade alle parole scelte con cura, alle espressioni su cui si è ragionato per giorni, al "colore" dei dialoghi?

Non spiegheremo per il momento come si fa a far tradurre un romanzo in inglese o in altre lingue e a cercare di pubblicare all'estero (dedicheremo all'argomento un post in futuro). Ci interessa rispondere invece alla legittima preoccupazione degli autori esordienti di fronte all'idea che il proprio linguaggio debba essere reso in un idioma diverso (che magari l'autore conosce poco o per nulla): che cosa "diventerà"? Come suonerà alle orecchie dei nuovi lettori, riuscirà a conservare il suo sapore originario?

Il lavoro di traduzione è forse, fra gli interventi necessari alla pubblicazione di un'opera narrativa, quello che richiede la maggiore dose di fiducia da parte dello scrittore: egli è costretto a delegare il processo a un professionista senza avere necessariamente le competenze per poter verificare il risultato.

Come apparirà, dunque, il proprio libro in un'altra lingua? Auspicabilmente, sarà diverso ma non snaturato, tradotto e non tradito, per citare il celebre binomio.

Per vivere l'operazione con la serenità necessaria occorre naturalmente affidarsi a un madrelingua di esperienza comprovata, abituato a trattare inediti di narrativa e dotato di una certa dimestichezza con il genere cui il testo più si avvicina. Non è tutto: bisogna considerare che (in un contesto editoriale serio) la traduzione sarà sottoposta poi alla revisione da parte di un redattore specializzato il cui principale obiettivo sarà proprio verificare la resa ed eventualmente ripristinare il "colore", l'intenzione, il taglio stilistico, e adattare al contesto e all'orecchio locale tutto ciò che il traduttore potrebbe aver trasportato in modo eccessivamente letterale. Questo passaggio è spesso sconosciuto e sottovalutato, mentre ha un valore eccezionale per riportare vicina al suo nucleo un'opera che, nella traduzione, se ne fosse allontanata un po' troppo.

Concludiamo con le parole di alcuni professionisti della revisione.

«Rispetto al traduttore, chi fa la revisione ha spesso un maggiore distacco dal testo: lo guarda come una creatura indipendente ed è maggiormente in grado di valutare se “funziona” in maniera autonoma o se invece “suona come una traduzione”.»

«Trovo importante capire la differenza tra il traduttore, che in qualche modo ha il “dovere etico” di tradurre il più possibile fedelmente un testo, e il revisore, che sa prendere le distanze dal testo di partenza e adattare, senza tradire il contesto originale (e questa linea è molto sottile), i passaggi che altrimenti risulterebbero incomprensibili o di difficile lettura. Con questo, per esempio, intendo tutti i riferimenti a libri, film, marche che fanno parte della cultura di partenza e che hanno un preciso valore, magari nel descrivere un personaggio, e che non hanno lo stesso valore nella lingua in cui si traduce. Perciò il revisore interviene, aggiungendo a volte anche solo un aggettivo, per riuscire a inviare lo stesso messaggio al nuovo lettore. In realtà, un buon traduttore tiene conto di questo aspetto, che è alla base della teoria della traduzione e che Umberto Eco ha spiegato molto bene in Dire quasi la stessa cosa

«Occorre affrontare il tema dei modi di dire: spesso il traduttore inciampa sulle espressioni idiomatiche, e (orrore) le traduce letteralmente. Oppure le traduce, per così dire, togliendo l’idioma. Immaginando una traduzione dall'inglese, “It’s raining cats and dogs” può essere tradotto “Piovono cani e gatti” (e in questo caso è un errore) oppure “Piove fortissimo”. Magari in fase di editing ci si può porre il problema: se l’autore ha usato un’espressione idiomatica, forse è il caso di renderla con un analogo modo di dire, come “Piove a catinelle”.»

Nessun commento: